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Clima e Hormuz, Bce: Si sommano rischi economia, fino -4,8% produzione Ue

Nell'analisi dell'istituto di Francoforte, uno scenario di blocco persistente delle esportazioni dal Golfo evidenzia come il problema sarebbe anche la capacità delle imprese di sostituire input essenziali

2 Luglio 2026
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MILANO – Il prezzo del petrolio è soltanto il segnale più visibile di una crisi potenziale molto più ampia. Per la Bce, il vero rischio di un’eventuale interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz non risiede tanto nell’impennata delle quotazioni del greggio quanto nella possibilità che venga meno l’approvvigionamento di energia e di materie prime strategiche, con effetti a catena sulla produzione, sull’inflazione e sulle reti industriali globali.

Nell’analisi pubblicata dall’istituto di Francoforte, uno scenario di blocco persistente delle esportazioni di petrolio, gas e altri beni dal Golfo evidenzia come il problema non sarebbe soltanto il rincaro dell’energia, ma la capacità delle imprese di sostituire rapidamente input essenziali. Oltre agli idrocarburi, infatti, dall’area transitano fertilizzanti, prodotti petrolchimici, alluminio, metanolo ed elio, componenti cruciali per filiere come semiconduttori, chimica e aerospazio.

Le economie asiatiche risulterebbero le più esposte, mentre l’eurozona, pur dipendendo in misura più limitata dalle forniture energetiche del Golfo, resterebbe vulnerabile attraverso le catene globali del valore. Nello scenario più severo, caratterizzato da una ridotta capacità di sostituire le forniture, fino al 3% della produzione dell’area euro potrebbe essere compromesso. Se invece imprese e mercati riuscissero a riorganizzare gli approvvigionamenti, l’impatto si ridurrebbe tra lo 0,4% e lo 0,6%.
Le simulazioni della Bce delineano uno scenario tipico di shock dell’offerta: crescita più debole e inflazione più persistente. Ma il messaggio dell’istituto va oltre la crisi geopolitica. Il nodo, infatti, non è soltanto la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, bensì la dipendenza strutturale dell’economia europea dai combustibili fossili.

È su questo punto che si inserisce l’intervento di Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della Bce, secondo cui la guerra in Medio Oriente e i rischi climatici “hanno una causa comune: la continua dipendenza dalla combustione di combustibili fossili e, nel caso dell’Europa, in particolare dai combustibili fossili importati”. Secondo Elderson, gli effetti del cambiamento climatico stanno già incidendo sulla dinamica dei prezzi, soprattutto nel comparto alimentare. Le ondate di calore, osserva la Bce, potrebbero aumentare nell’arco di un anno i prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell’area euro tra 0,4 e 0,7 punti percentuali, mentre eventi estremi sempre più frequenti rischiano di rendere tali pressioni più persistenti nel tempo. Per questo, avverte il banchiere centrale, “gestire semplicemente i rischi legati all’insicurezza energetica, al clima e alla natura non è sufficiente”, perché accelerare la transizione verso un’economia a emissioni nette zero significa anche rafforzare la resilienza dell’Europa agli shock futuri.

La lettura è condivisa nell’Eurosistema. In un’intervista a ‘Die Zeit’, la vicepresidente della Bundesbank, Sabine Mauderer, ricorda che i cambiamenti climatici rappresentano ormai “un fattore rilevante per la stabilità dei prezzi” e del sistema finanziario e che le banche centrali devono incorporarne gli effetti nelle proprie analisi. Negli scenari elaborati con altre autorità monetarie, l’ipotesi di due anni consecutivi di eventi climatici estremi, in assenza di ulteriori progressi nelle politiche climatiche, ridurrebbe temporaneamente la produzione economica dell’Unione europea fino al 4,8% rispetto allo scenario di base, con un aumento dell’inflazione fino a 0,6 punti percentuali. Al contrario, una transizione ordinata comporterebbe un incremento temporaneo dell’inflazione fino a 0,5 punti, ma sarebbe associata a una crescita economica leggermente superiore.

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