MILANO – Il peggioramento della crisi in Medio Oriente mette sotto pressione le rotte energetiche globali, minacciando 14 milioni di barili di petrolio al giorno, ovvero circa un terzo del greggio trasportato via mare, che passa dallo Stretto di Hormuz. Anche i prodotti raffinati rischiano gravi ripercussioni: si stima che fino al 16% del commercio mondiale di Gpl e nafta possa essere colpito da eventuali interruzioni.
Lo stima l’ultima analisi di Bloomberg Nef, secondo cui attualmente attraverso lo Stretto transitano circa 1,5 milioni di barili al giorno di Gpl e 1,2 milioni di barili di nafta, con una particolare esposizione della nafta destinata agli impianti di raffinazione dell’Asia orientale: più di un terzo del traffico globale passa per Hormuz.
I mercati del Gpl sono già sotto stress dopo i problemi all’impianto Juaymah di Saudi Aramco, creando un rischio immediato per l’India, fortemente dipendente dalle forniture mediorientali. Sostituire queste spedizioni con carichi provenienti dagli Stati Uniti richiederebbe tempi più lunghi e complesse operazioni logistiche. Anche i distillati medi sono sotto osservazione: i flussi di diesel attraverso lo stretto superano quelli del carburante per aerei, ma quest’ultimo resta più vulnerabile sul mercato globale.
L’Europa, che importa oltre metà del suo cherosene per aviazione attraverso Hormuz, dovrebbe rivolgersi rapidamente a fornitori alternativi come India, Corea del Sud, Stati Uniti o la nuova raffineria Dangote in Nigeria in caso di blocco prolungato. La pressione si estende anche al diesel, aggravata dalle sanzioni europee contro i prodotti russi. Con l’Europa che aumenta l’uso di forniture non russe, alcuni paesi africani potrebbero ricorrere al diesel russo. La capacità produttiva russa è scesa a 5,15 milioni di barili al giorno nei primi 18 giorni di febbraio 2026 a causa dei continui attacchi dei droni ucraini, con un calo delle esportazioni di prodotti raffinati pari a 270.000 barili al giorno, soprattutto olio combustibile e diesel.

