MILANO – Un “colpo duro” per l’economia mondiale nel “giorno della liberazione” statunitense: sono ufficialmente entrati in vigore i dazi doganali aggiuntivi del 25% sulle automobili importate, voluti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha annunciato, inoltre, imposte del 10% per tutti a partire da sabato, un ulteriore 34% per la Cina, 20% per l’Unione europea a partire dal 9 aprile, 46% per il Vietnam, 24% per il Giappone, 26% per l’India e 31% per la Svizzera. Il ‘day after‘ è una giornata difficile in ogni angolo del mondo. Ciascuno tenta di riorganizzarsi come può: c’è chi, come l’Ue invoca ancora la strada del dialogo e chi, come la Germania si dice pronta a mostrare i muscoli. Dall’Asia all’Europa, passando per l’Australia e dalle isole più remote, i timori sono tanti e fondati.
LA SCURE SULL’ASIA. Al centro del mirino del leader repubblicano c’è sicuramente l’Asia. I prodotti provenienti dalla Cina saranno tassati con un ulteriore 34%, un misura che Pechino ritiene “intimidatoria“. Resta comunque aperta, fa sapere il ministero del Commercio, “la strada del dialogo“. Il Giappone – ‘punito’ con tariffe del 24% – ribadisce che le misure tariffarie unilaterali adottate dagli Stati Uniti “sono estremamente deplorevoli“. Va peggio al Vietnam e alla Cambogia: per Hanoi, Trump ha annunciato dazi del 46%, costringendo il governo a mettere in piedi una “squadra di reazione rapida” mentre l’imposta per Phnom Penh – che l’ha definita “irragionevole” – sarà addirittura del 49%. Più prudente l’India, che dice di voler “esaminare le conseguenze” delle nuove tasse del 26, o addirittura del 27%, e di cercare di vederci delle “opportunità”. Trema anche il Bangladesh, la cui industria tessile rappresenta l’80% delle esportazioni. I dazi del 37% sono “il colpo di grazia” per le imprese di Dacca. La Thailandia conferma di avere un “piano solido” per rispondere alle imposte del 36%, mentre la Corea del Sud parla di una “guerra diventata realtà“.
L’EUROPA TRA MUSCOLI E DIALOGO. Sul fronte europeo prevale, ancora, la strada del negoziato, anche se qualcuno tenta di alzare i toni. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, poco dopo l’annuncio di Trump parla di “conseguenze disastrose” e lancia l’allarme sul possibile aumento dell’inflazione. Allo stesso tempo, lascia aperta la porta al dialogo con gli Usa, sottolineando, assicura, che “siamo pronti a rispondere. Stiamo già ultimando un primo pacchetto di contromisure in risposta alle tariffe sull’acciaio“. “Agiremo in modo calmo, attentamente scaglionato e unificato”, dice il commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic. La premier italiana, Giorgia Meloni, tenta di correre ai ripari, annulla tutti gli impegni e convoca a Palazzo Chigi un vertice urgente con i suoi ministri per studiare una strategia per proteggere il made in Italy da effetti potenzialmente devastanti. La parola d’ordine è ‘cautela‘, insieme ad azioni per difendere le imprese e i prodotti italiani. Si tratta da Roma e da Bruxelles, dove il vicepremier Antonio Tajani consegna a Sefcovic la strategia per l’export italiano lanciata a Villa Madama qualche giorno fa per rafforzare la presenza delle aziende italiane in tutti i mercati in crescita. L’altro vicepremier, Matteo Salvini, attacca, invece “i troppi limiti” dell’Europa. Per il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, queste misure consistono nel tornare “al protezionismo del XIX secolo, che, a mio parere, non è un modo intelligente per affrontare le sfide del XXI secolo in un mondo totalmente interconnesso”, mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il ministro dell’Economia Robert Habeck mostrano i muscoli: “Tutto è sul tavolo” assicurano, compresa l’ipotesi di una tassa europea sulle tecnologie americane per rispondere alla politica commerciale di Trump. Parigi, attraverso il presidente Emmanuel Macron, parla di misure “brutali e infondate” e invita le imprese francesi negli Usa a sospendere gli investimenti fino a quando “non avremo chiarito le cose“. I dazi del 31% non piacciono nemmeno alla Svizzera. Berna assicura che saranno presto definite delle contromisure. Il nord Europa è compatto: Danimarca, Svezia e Norvegia sono d’accordi: si tratta di “una grave battuta d’arresto per il commercio mondiale“. Il Regno Unito, colpito da un aumento delle imposte del 10%, sta negoziando un accordo con gli Usa, anche se ci sarà “un impatto economico” forte, dice il primo ministro Keir Starmer.
‘COLPITE’ LE ISOLE DEI PINGUINI. I dazi per l’Australia sono tra i più bassi: ‘appena’ il 10%, ma bastano a far annunciare al primo ministro Anthony Albanese che cambieranno completamente i rapporti con gli Stati Uniti. Anche perché colpiranno pure le piccole isole: per Norfolk, ad esempio, in cui vivono appena 2mila persone, le imposte saranno del 29%. Sorprendente è che Donald Trump abbia imposto dazi aggiuntivi ai territori australiani di Heard Island e McDonald Island, nella regione subantartica, disabitata dagli esseri umani e che ospita solo colonie di pinguini.
CANADA E MESSICO ESENTATI. Il Canada, membro dell’Accordo di libero scambio nordamericano (USMCA) insieme a Messico e Stati Uniti, non è interessato dai nuovi dazi statunitensi, tuttavia il premier Mark Carney riconosce che gli annunci del miliardario repubblicano “cambiano radicalmente” il commercio internazionale. Stellantis fa sapere che chiuderà il suo stabilimento Chrysler a Windsor, per due settimane. Per la presidente Claudia Sheinbaum, la decisione di Trump di non applicare dazi reciproci con il Messico è qualcosa di “buono” per il suo paese, frutto del “buon rapporto” che il suo governo ha costruito con l’Amministrazione americana.
LULA ANNUNCIA CONTROMISURE. Nemmeno il Sudamerica è stato esentato dalla scure di Trump. L’Argentina e il Brasile vedranno aumentare le tariffe doganali del 10%. Il presidente brasiliano Lula fa sapere che saranno prese “tutte le misure appropriate” per “difendere le imprese e i lavoratori” del Paese.
ALLARME DEL WTO. Alla fine di una giornata complessa, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), tira le fila e attraverso la direttrice generale, Ngozi Okonjo-Iweala, fa sapere che ci saranno “implicazioni sostanziali“. “Le nostre stime iniziali – dice – suggeriscono che queste misure, combinate con quelle introdotte dall’inizio dell’anno, potrebbero portare a una contrazione complessiva di circa l’1% del commercio mondiale di merci quest’anno”. L’invito ai Paesi, quindi, è quello di reagire “in modo responsabile per evitare la proliferazione di tensioni commerciali”.