MILANO – Segnali (timidi) di distensione alternati a brusche accelerate sul piano militare, con minacce da una parte all’altra. Le notizie di possibili colloqui tra Stati Uniti e Iran hanno inizialmente spinto il prezzo del Brent sotto i 100 dollari al barile garantendo ossigeno ai mercati ma nulla porta a pensare che il conflitto stia per terminare. Le quotazioni del greggio restano estremamente volatili e sensibili a ogni segnale geopolitico. Il petrolio resta infatti il punto nevralgico dell’economia globale. Secondo Wood Mackenzie, uno scenario con Brent a una media di 125 dollari fino al 2026 porterebbe con alta probabilità a una recessione mondiale. Previsioni condivise anche da Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, che ha evidenziato come “prezzi energetici elevati e persistenti possano frenare crescita e investimenti”.
A essere più esposta è l’Asia, per ragioni strutturali. Prima del conflitto, circa l’80% del petrolio che transitava attraverso lo Stretto di Hormuz era destinato al continente. Giappone e Corea del Sud importavano rispettivamente oltre il 90% e il 70% del loro greggio dal Golfo, mentre Cina e India – pur avendo ampliato le fonti – dipendono ancora dal Medio Oriente per circa la metà del fabbisogno. Secondo dati LSEG, nel 2025 circa 13 milioni di barili di petrolio transitavano ogni giorno nello Stretto di Hormuz, pari al 31% dei flussi marittimi globali di greggio. Anche circa il 20% delle spedizioni globali di Gnl dal Golfo Persico è a rischio. Le economie dell’Asia orientale sono particolarmente vulnerabili: la regione rappresenta il 75% delle importazioni di petrolio del Giappone e il 70% di quelle della Corea del Sud. Un’interruzione prolungata farebbe salire i costi energetici e metterebbe sotto pressione i saldi delle partite correnti. Le scorte cinesi di Gnl, pari a 7,6 milioni di tonnellate a fine febbraio, offrono un supporto temporaneo. Anche diversi Paesi europei – tra cui Italia, Grecia, Spagna, Polonia e Belgio – dipendono dai flussi attraverso lo stretto. Sebbene non siano previste carenze reali in Europa, i mercati continueranno probabilmente a registrare aumenti dei prezzi e perturbazioni. Le economie emergenti del Sud e Sud-est asiatico sono tra le più fragili: crescita industriale, forte dipendenza dalle importazioni energetiche e riserve limitate rendono difficile assorbire uno shock prolungato.
Nel 2026, il cosiddetto “premio di guerra” sul petrolio rischia di tradursi direttamente in un deterioramento dei conti pubblici. Per contenere l’impatto sociale, i governi asiatici sono intervenuti con misure massicce: tetti ai prezzi alla pompa, sussidi diretti e compensazioni per le compagnie petrolifere. Con il petrolio a 100 dollari al barile per quattro mesi, il costo stimato dei sussidi nella regione supererebbe gli 80 miliardi di dollari. La sostenibilità di questi interventi è incerta: Thailandia e Vietnam attingono ai fondi di bilancio, già messi sotto pressione; in India, i sussidi peseranno fino allo 0,7% del PIL e oltre il 7% delle entrate pubbliche; in Indonesia, il deficit rischia di superare il limite legale del 3%. Al contrario, i grandi esportatori come Stati Uniti, Canada, Russia e Norvegia potrebbero beneficiare di prezzi più alti, mentre i mercati fortemente dipendenti dalle importazioni di energia devono affrontare rischi crescenti di inflazione importata.
“L’escalation del conflitto resta uno scenario da incubo – conclude l’analisi di Wood Mackenzie – un Brent stabile a 125 dollari nel 2026 non colpirebbe solo l’Asia, ma l’intera economia globale, con ripercussioni sui mercati di esportazione mondiali. Per ora, il recente calo dei prezzi offre un sollievo temporaneo. La vera svolta dipenderà da un cessate il fuoco duraturo e dal ritorno alla piena operatività delle petroliere nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per circa un quinto dell’energia mondiale”.

