MILANO – “Stiamo stravincendo la guerra. E non ci vorrà ancora molto tempo”. Il presidente Usa, Donald Trump, al Corriere della Sera, torna a ribadire quello che ripete dal primo giorno di conflitto e cioè che gli Stati Uniti hanno “l’esercito più forte del mondo” e che Teheran ha i giorni contati. “Non ho paura” che si trasformi in un nuovo Vietnam, assicura alla Casa Bianca. Quello che è certo è che l’Iran non ha avuto una giornata semplice: l’esercito israeliano – come riferisce il ministro della Difesa, Israel Katz – ha ucciso Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e il generale al comando della milizia Basij, Gholamreza Soleimani. Larijani, membro influente del regime iraniano, era considerato una delle figure civili chiave alla guida della Repubblica Islamica dopo l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei da parte di Israele nei primi scontri della guerra.
La guerra in Medioriente si è ora estesa all’Iraq e a Baghdad, dove un raid aereo ha ucciso almeno quattro persone nella capitale e l’ambasciata statunitense è stata bersaglio di due attacchi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito che un drone ha colpito il giacimento di gas di Shah, uno dei più grandi al mondo. Una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato al largo del porto di Fujairah.
Ma la guerra – che tra civili e militari conta ormai migliaia di vittime – si gioca anche e soprattutto sullo scacchiere internazionale. Partendo dall’interno, dagli Usa. Joe Kent, capo del centro per l’antiterrorismo americano e fedelissimo di Trump, ha lasciato il suo incarico perché “in coscienza, non posso sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana”. Poco male, è il commento del presidente, perché “era molto debole sulla sicurezza” e “sono felice che si sia dimesso”.
Nodo cruciale resta lo Stretto di Hormuz. All’indomani dal ‘no’ ricevuto da buona parte dei Paesi europeo, tra cui inclusa l’Italia, di inviare navi per contribuire alla riapertura del canale, Trump punta il dito contro l’Alleanza atlantica. “Tutti gli alleati erano d’accordo” alla guerra contro l’Iran, ma ora “non ci serve nessun aiuto” da parte della Nato che “sta facendo uno stupido errore”, attacca dallo Studio ovale.
Bruxelles punta ancora sulla diplomazia, perché, fa sapere la Commissione, “non abbiamo alcun interesse in una guerra a tempo indeterminato ed è nel nostro interesse, nell’interesse dell’Ue, mantenere aperto lo Stretto”. L’impatto economico del conflitto in Medio Oriente, spiega l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, “è molto ampio” perché il flusso commerciale si è ridotto del 60% e i prezzi dell’energia sono aumentati vertiginosamente. L’80% di gas e petrolio che passa da Hormuz è destinato all’Asia, così come il 54% dei fertilizzanti che finiscono in Sudan. “L’impatto – dice – è globale”.
L’Italia, ribadisce il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, “resta fuori dal conflitto” perché “intervenire nello Stretto di Hormuz significherebbe, di fatto, entrare in guerra, con tutte le conseguenze che ne derivano”.

