MILANO – C’è chi ha definito il 2026 l’anno della verità per il governo Meloni, al quarto e penultimo giro della sua legislatura. Sul calendario un mese cerchiato in rosso – settembre 2026 – quando avverrà il sorpasso di longevità sul Berlusconi bis (2001-2005), l’esecutivo più duraturo della storia repubblicana (1.412 giorni). Ma le sfide, politiche ed economiche, non mancano, con una maggioranza unita ma a volte eccessivamente in fibrillazione e un’opposizione che arremba spesso in modo disunito.
Sarà un 2026 avaro di tornate elettorali con ricadute nazionali ma ricco di nodi che dovranno essere sciolti in vista delle elezioni politiche dell’anno successivo, con un duello che travalicherà spesso i confini nazionali (armi, dazi) e dovrà sciogliere rebus interni (riforme, ex Ilva, Ponte sullo Stretto), fino a scadenze europee che avranno riflessi in casa nostra (fine del Pnrr, possibile uscita dalla procedura d’infrazione Ue).
Per quanto riguarda Difesa e armi, buona parte del risultato è legato a come si muoverà Donald Trump. Se il presidente Usa – sempre più impegnato in una guerra a 360 gradi con la Cina, e interessato a distaccarsi dalle questioni europee – dovesse ottenere la pace in Ucraina tutta la maggioranza ne gioverebbe. I dissapori di fine 2025 sul decreto armi all’Ucraina, con la Lega in disaccordo, lo dimostrano. Nel 2026 in Italia si assisterà comunque a un significativo aumento delle spese militari, con l’ultima manovra che ha destinato fondi record (circa 34 miliardi) al settore, rafforzando in primis l’industria nazionale delle armi.
Quindi bisognerà vedere come il mercato interno reagirà al secondo anno di dazi. Le tariffe finora hanno causato tensioni commerciali significative, soprattutto tra Usa ed Europa, e settori come il Made in Italy sono in sofferenza. In primis alcuni settori chiave del nostro export, come auto e agroalimentare, coi ministri Urso e Lollobrigida che sperano di ammorbidire le posizioni Usa. Per il momento il governo può esultare per un buon punto portato a casa nelle ultime ore. Gli Stati Uniti hanno infatti rivisto al ribasso i dazi antidumping proposti sulla pasta italiana, in anticipo rispetto alle conclusioni definitive dell’indagine attese ufficialmente per l’11 marzo.
Sul fronte interno, dal punto di vista economico, il quadro rimane complesso. La crescita del Pil è stimata attorno all’1% e il debito pubblico è stabile. Col ritorno delle nuove regole del Patto di Stabilità europeo l’Italia cercherà un consolidamento fiscale, con l’obiettivo di ridurre il deficit sotto il 3% e uscire dalla procedura di infrazione europea. Per questo, la manovra ha finanziato il taglio del cuneo fiscale e nuove aliquote Irpef.
Il governo punterà poi a chiudere le riforme su premierato e giustizia, con un occhio a due questioni ormai storiche: la crisi dell’ex Ilva e la sfida infinita del Ponte sullo Stretto. L’esecutivo al momento è impegnato a trovare un acquirente per lo stabilimento di Taranto e valuta offerte dai gruppi Flacks Group e Bedrock Industries. Urso deve trovare una soluzione considerando la crisi produttiva, la necessità di decarbonizzare, il forte impatto ambientale e la tutela dell’occupazione. Compito non facile. Per il momento l’azienda è in amministrazione straordinaria, con nomine di commissari straordinari, e si cerca di traghettare la transizione verso un nuovo assetto che bilanci necessità produttive, occupazionali ed ambientali. Presto ci saranno però 6mila lavoratori in Cig e senza interventi governativi, sostengono i sindacati, il rischio è del blocco totale delle attività e 18mila persone a casa.
Il Ponte sullo Stretto è l’altra battaglia in agenda, fortemente inseguita da Salvini. Il ministro dei Trasporti è infastidito dai continui rinvii per l’avvio dei lavori – che nelle iniziali intenzioni dovevano già essere cominciati – e ha la necessità di superare i rilievi formulati dalla Corte dei Conti, che negli ultimi mesi ha bloccato l’iter per motivi burocratici e di incompatibilità con le norme europee. Obiettivo del Mit sarà quindi trovare soluzioni che superino le questioni amministrative, finanziarie e ambientali.
Il 2026 è soprattutto l’anno della fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), la scadenza è non prorogabile per la maggior parte dei progetti legati ai fondi europei. Per questo, entro il 31 agosto 2026, l’Italia dovrà completare tutti gli obiettivi sottoscritti. Non sarà una sfida semplice, basti pensare che a metà 2025 avevamo completato solo il 43% delle scadenze previste. Entro il 30 settembre 2026 dovranno essere presentate le richieste di pagamento finali alla Commissione Europea. Non farcela vorrebbe dire perdere miliardi di euro già allocati. Una mano potrebbe arrivare però in primavera, quando è attesa la decisione sull’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Da aprile in poi, Eurostat certificherà i dati definitivi del Pil e del deficit 2025. L’Italia conta di tenere i valori del Pil sotto il 3%. Uscire dalla procedura vorrebbe dire aumentare notevolmente i margini di manovra finanziari per il Paese.

